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La morte si è portato via l’uomo, non la leggenda PDF Stampa E-mail
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Giovedì 14 Settembre 2017 05:43
laudaNiki Lauda, la leggenda della Formula 1, si è spento il 20 maggio in una clinica svizzera. Aveva 70 anni. L'ex pilota era stato ricoverato da tempo per problemi renali e recentemente era stato sottoposto ad un doppio trapianto di polmoni a Vienna.
Il fumo ed il fuoco respirato nell’abitacolo in fiamme nel gravissimo incidente a Nurburgring, gli avevano chiesto indietro “qualcosa”. Malgrado avesse smesso di correre da quasi 35 anni, la sua popolarità era rimasta intatta. Anche i ragazzini che non avevano avuto la fortuna di vederlo gareggiare lo inseguivano per un autografo, un selfie, probabilmente ignari del suo immenso palmares.
Io avevo avuto la fortuna di vederlo correre a Monza, in Autodromo, erano i tempi delle Scuole Medie; la rivalità fra l’aitante James Hunt sulla nera McLaren e Niki Lauda l’uomo indecifrabile che portava alla vittoria le rosse Ferrari. Noi Monzesi, riconoscenti ed appagati, restati nell’oblio del podio per troppo tempo, grati che nel mondo si riparlasse finalmente del Gran Premio di F1 a Monza. Lauda, nel paddock era una specie di oracolo al quale ci si appellava in settimana per strappare una considerazione, una battuta, che reggesse un titolo. E lui, pur essendo un monumento delle corse, non si negava mai, solitario riflessivo, ma gentile.
Era riconoscente a Maranello ad Enzo Ferrari, lo avevamo catapultato tra gli eroi della F.1, era rimasto in ottimi rapporti con Luca di Montezemolo. Nella sua carriera, Lauda vinse tre titoli mondiali come pilota di F1 nel 1975, nel 1977 e nel 1984, i primi due al volante della Ferrari e l'ultimo poi con la McLaren, ed è considerato uno dei migliori piloti della storia alla luce anche di una carriera con 171 Gran Premi corsi e 25 vittorie ottenute. Nell'immaginario popolare di lui rimangono le immagini del grave incidente al Nurburgring che lo coinvolse nell'agosto 1976, quando rimase gravemente ustionato, un incidente che lo lasciò sfigurato in viso, salvato dall’amico-nemico Marzario, che per tirarlo fuori dalla sua monoposto avvolta dalle fiamme non aveva esitato ad entrarci anche lui e praticargli la respirazione bocca a bocca. Dopo 40 giorni era già in pista e chiuse secondo quel terribile anno.
In pista si era meritato il soprannome di "Computer", per la sua guida meticolosa, glaciale, chirurgica, ma anche per la capacità di individuare e correggere i difetti delle monoposto che guidava.
Da consulente della Ferrari, Lauda fu il primo - per stessa ammissione di Jean Todt - a contattare nel 1995 l'allora manager di Schumi per portare il tedesco alla Rossa. Amava sottolineare quando gli ricordavano del suo terribile incidente: “preferisco avere ancora il mio piede destro e il fondoschiena che una bella faccia!”. Un ricordo commosso e speciale da noi tifosi a chi con grande capacità, professionalità e rispetto rese grande le vetture del cavallino. Ferraristi si resta sempre, a prescindere, nel cuore della Formula 1 di Monza.
 
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L' Editoriale

Io sto con la Legge Italiana :#io NON sto con Carola

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail

(Laura Giulia D'Orso). Sarà che sono stata “tirata su” a pane, studio, sport e disciplina. Sarà che se vìoli le regole dello sport che pratichi sei fuori dai giochi. Sarà che è sempre più facile per chiunque dire sì che opporre un divieto, sarà che in uno Stato di Diritto quale l’Italia è, si presuppone che l’agire dello Stato sia sempre vincolato e conforme alle Leggi vigenti e lo Stato stesso sottopone esso medesimo al rispetto di Codici e di Costituzioni scritte, sarà per questo che #io NON sto con Carola! Si chiamasse pure Paola o Cristina e fosse francese o italiana non farebbe alcune differenza per me.
Trasformata da imbellettati e ricchi esponenti di sinistra in paladina, la signorina in questione ha violato la legge italiana. Intenzionalmente e volutamente. Riprendendo il tormentone della sinistra di qualche tempo fa (ma non gli è bastata la batosta elettorale!?!) del “senza se e senza ma” … in Italia si applica in maniera pragmatica la legalità e non si pretenda perciò di forzare il Codice di diritto del Mare e della Navigazione, il cui codice ho avuto modo di leggerlo già all’epoca dei Marò detenuti illegalmente in India.